domenica 26 febbraio 2017

PoliMI innesca dibattito sui corsi solo in inglese, ma quale è il panorama mondiale?

Ha fatto molto rumore l'approvazione del Senato Accademico del Politecnico di Milano di obbligare l'insegnamento dei corsi di laurea magistrale in inglese, in base ad un articolo della Legge Gelmini che funziona nell'ottica di incentivare l'internazionalizzaizone. A questa decisione alcuni docenti hanno fatto appello al TAR, e si è giunti fino alla Corte Costituzionale, che si è espressa pochi giorni fa, ribadendo la centralità della lingua italiana nell'insegnamento in Italia, probabilmente criticando la possibilità di escluderla completamente dall'insegnamento. Su questo si esprimerà il Consiglio di Stato.

Tuttavia, esiste la problematica per uno studente straniero (EU o non-EU) che voglia scegliere di venire in Italia, sicuramente lo farà seguendo certi criteri:-
1) tasse (o prestiti d'onore, etc)
2) costo della vita o servizi offerti agli studenti (alloggi, sport, offerte culturali)
3) lingua insegnamento 
4) prestigio dell'università vd rankings

Sul tema, segnalo questo link, che effettivamente riporta molta offerta formativa in inglese in varie nazioni non di lingua madre inglese (specie del nord Europa, Finlandia, Olanda, etc), a volte non in modo esclusivo (si veda il caso di EPFL in Svizzera). Persino la prestigiosa Ecole Polytechnique in Francia ha un corso di master e un nuovo corso bachelor interamente in inglese (ma rimane il corso standard in Francese), mentre la maggior parte delle Università tedesche e austriache, pure parecchio "internazionalizzate", rimangono fedeli al tedesco. Ma le top come ETH a Zurigo hanno una soluzione molto simile a quanto proposto a Milano. "Zurich undergraduate level courses are taught in German or English and graduate level courses are taught in English".

Come giustamente fa notare l'articolo, la maggior parte dei paesi che sono english-native, UK, US, Canada, Ireland, Australia, New Zealand, South Africa, sono destinazioni popolari ma spesso costose, quindi si sta creando un mercato sul fronte meno costoso, e questo sta muovendo notevoli masse di studenti. Il Politecnico di Bari, nel suo piccolo, ha recentemente abolito le tasse universitarie per gli studenti non-Eu meritevoli. 

Un interessante commento critico, proprio da un top engineer del PoliMI, lo trovate qua.
Una lettera aperta al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri con primi firmatari il Presidente dell'Accademia della Crusca e il Presidente emerito, oltre a 54 docenti del Politecnico di Milano, è qui. Link per firmare: L'italiano siamo noi

2 commenti:

  1. Ho scritto: "Nessuno dubita che il globish sia oggi la lingua scientifica, commerciale e finanziaria per eccellenza". Ci sono molte forme di "inglese" e quello internazionale è il globish, una versione ridotta e molto semplificata di una lingua assai più ricca e articolata.
    Anni fa (inizio '90) diedi un incarico di insegnamento a un collega inglese thackerizzato (pensionato in anticipo) e fu un dramma: non lo capiva praticamente nessuno e dovemmo affiancargli un altro collega a rotazione che traducesse in manglish quanto diceva (e si parlava di statistica applicata...).
    Sempre anni fa mi capitò di revisionare la stesura finale di una articolo scientifico che aveva steso, per tutto il gruppo di lavoro, un PhD student (oggi professore in una delle più importanti università del lontano oriente) inglese di madre lingua e che lavorava uin una importante università inglese... e c'era qualche errorino di grammatica, alcuni imbarazzanti di sintassi e una forma generale non particolarmente accattivante. Il neo-analfabetismo non è un problema soltanto degli studenti italiani...!
    Il mio post non è lotta né battaglia né tampoco guerra, ma un contributo a un dibattito che non si chiude certo qui e che, tra i paladini dell'esclusività linguistica, ha visto spesso in prima linea docenti che, pur mossi da sacro ma tardivo apprezzamento per l'inglese, "pronunciano" e "intonano" lodi addirittura imbarazzanti... in puro stile linguistico renziano o berlusconiano. E quando ascoltiamo questi politici biascicare in inglese nelle sedi internazionali, non siamo particolarmente fieri della nostra italianità. Pronuncia e intonazione non sono optional.
    Penso che, se noi italiani dobbiamo migliorare le nostre performance linguistiche, dobbiamo partire dalla base e non dal tetto.

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  2. Credo anche che si debba usare un po’ di equilibrio. E perché no, flessibilità.
    E' molto probabile che noi riusciremo ad attirare bravi studenti internazionali soprattutto nei campi in cui siamo storicamente bravi (p.e. materie umanistiche, design, architettura, materie giuridiche, matematica, ...) ma la vedo dura in materie come l'economia o l'organizzazione aziendale. Dove siamo forti, lo straniero seguirà sì volentieri corsi in inglese, ma a poco a poco gradirà anche capire l'italiano. Dove non lo siamo, dubito che il manglish potrà avere questo potenziale attrattivo.
    Ci sono anche aree come l'ingegneria con eccellenze storiche (e anche attuali) come la strutturale, l'idraulica, le telecomunicazioni e l'elettrotecnica (come già ricordava Felice Ippolito nella sua "Intervista sulla ricerca scientifica" del 1978) capaci di essere attrattive nel loro complesso. Non per l'inglese, che peraltro tutti i giovani conoscono e praticano discretamente e anche qualche vecchio. Infondo il Cipolletti che citavo tempo fa fece la nostra fortuna culturale senza troppi problemi linguistici.
    Vedi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/13/aree-ferroviarie-dismesse-posso-avere-indietro-il-mio-terreno/3386799/

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